Alluccamm: al Teatro Bracco è di scena un grido di dolore e di consapevolezza

Alluccamm, lo spettacolo scritto e diretto da Luca Pizzurro (divenuto anche un libro edito da Gremese), torna in teatro, dopo l’esordio al Campania Teatro Festival dell’estate scorsa.
Lo fa con ancora più forza, provocando una detonazione emotiva, in un momento storico in cui la guerra torna a sconvolgere vite e coscienze con la sua violenza e in cui la legittima differenza e possibilità di esistenza continua a essere avversata e si plaude al mancato riconoscimento dei diritti e all’odio,
Le quinte sono quelle del Teatro Bracco in via Tarsia, nel cuore antico e veracemente popolare di Napoli.
La scena si apre in un basso, umido e buio. Qui vive e lavora Dolores, in arte Reginella, che cerca di tirare avanti durante il periodo buio e sanguinoso della seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio. La realtà esterna irrompe nel microcosmo dove si è rifugiata si sente continuamente l’ululato di una sirena, che allerta le persone a scappare nei rifugi per evitare le conseguenze mortali di nuovi raid aerei.


Ma Dolores rimane barricata nel suo basso, nonostante l’aria si sia fatta irrespirabile e l’umidità l’abbia così saturata da far marcire persino il cotone con cui cerca di rammendare la sua vestaglia, quella dei tempi andati, fatta di seta buona e di lustrini.
Da quel luogo si rifiuta di uscire da quando un giovane marinaio è stato ucciso per ritorsione sulle scale dell’università dai Tedeschi, che hanno costretto le persone presenti a inginocchiarsi e applaudire senza poter versare una lacrima.
Una barbarie, “uno schifo” da cui Dolores rifugge.
Ma il mondo le viene prepotentemente portato in casa e raccontato da Iolanda, un altro femminiello che per riempire lo stomaco fa la vita. Un personaggio tenero, svampito e pasticcione che costantemente Dolores rimprovera, redarguisce e caccia.
“Dolores – racconta Andrea Fiorillo, l’attore che le dà le fattezze – è una donna sostanzialmente sola e indurita. Non a caso non guarda ,ai Iolanda, se non quando sa di non essere vista (lo fa di sottecchi e di nascosto), perché ha paura che le possa entrare troppo dentro e lei non vuole… non è pronta. E non potrebbe essere altrimenti, dato che già a 9 anni è stata costretta a prostituirsi dalla sua stessa madre e l’infanzia le è stata distrutta. Ma lei, dietro la facciata, ha un gran cuore. E’ a tratti volgare, ma sempre terribilmente vera”.


Dolores, infatti, è nata dalle ceneri del piccolo Ferdinando, dai dolci occhi castani, che lei immagina essere fuggito su una nuvola sospinto dal vento, mettendosi in salvo dalle attenzioni dei vecchi laidi cui la madre lo cedeva.
Mentre le due donne si fanno forza in mezzo al rumore assordante delle bombe, cercando di non farsi arrestare dai Tedeschi, nel basso arriva la piccola Rosaria, una vera e propria “bomba d’amore”.
“Al contrario di Dolores – racconta Mauro Collina, che ne condivide l’animo delicato e romantico – Iolanda le sue emozioni le mostra tutte e rappresenta proprio lo specchio di quelle istanze emotive che la l’amica nega a sé stessa. Cerca di rompere i cardini di quella porta che Dolores tiene ostinatamente serrata. Vuole essere madre con tutto l’amore di cui è capace ed è una sognatrice che rifugge le brutture e le nefandezza della realtà circostante, astraendosene”.
Il suo contraltare è Reginella (Dolores) che dalla realtà non fugge più – ci ha provato solo quando faceva la sciantosa forse -. Ha una sua consapevolezza, secondo quanto ribadisce Fiorillo. Sa come stanno le cose e che non si può pensare di andare oltre. Sa che loro rimangono inesorabilmente uomini, “un errore di Dio”, un’anima nata in un corpo sbagliato. Lo rimangono, anche se, sfidando lo stesso Dio, hanno cercato di rimettere a posto le cose, di allineare la loro identità di genere a quella corporea, ma la loro è la storia di una sfida persa, di un sogno infranto.
E’ questo che Dolores ribadisce a Iolanda quando lei si ostina a volersi prendere cura di Rosaria, in quanto figlia del amore.
Lo spettacolo è reso ancora più intenso e struggente dal commento musicale, opera del maestro Enzo Gragnaniello.
“Dolores ripete una frase fatta, uno stereotipo: per crescere un figlio ci vogliono un padre e una madre. Ma non ci crede neanche lei. Lei non ha avuto né l’una dell’altro. Per questo osserva avidamente Iolanda nel suo essere madre amorevole e devota, ne ascolta le ninne nanne. Avrebbe voluto avere una madre così e nella sua disperata ricerca di attenzioni è ancora figlia. Forse è per questo che non si sa riconoscere come possibile madre, ma in fondo l’idea non le è così estranea anche se continua a ribadire che tutti prenderebbero in giro la figlia di un femminiello, di un uomo pittato”.
Dopo la festa presso la base tedesca, macchiata da indicibile violenza, le due donne ricevono la notizia di poter essere finalmente utili a livello sociale, in maniera manifesta e riconosciuta.
“Il punto di snodo nel rapporto tra loro due – ribadisce Andrea – è aver condiviso l’ennesimo sogno infranto, quello della maternità negata. Ma Dolores, nonostante le apparenze, ha profondamente riconosciuto la funzione genitoriale di Iolanda. Proprio lei che non ha più sogni, se non quello di andare a Venezia e incontrare un fidanzato che la abbracci. Ma, in fondo, lei sa che anche questo non succederà. Da questa condivisione nasce la consapevolezza che sia venuto il momento di non nascondersi più, bensì di difendersi. Dolores sa che non è più il momento di lottare da sola, ma che si può lottare solo insieme”.
Solo nella scena finale – secondo quanto evidenzia Andrea – la donna guarda finalmente dritta negli occhi l’amica, ammettendo il suo affetto e chiedendole di accettarla e di accettarsi per quello che è.
Non è più il momento di nascondersi, di stare zitte, di ingoiare il dolore e le umiliazioni. E’ finalmente giunto il momento, socialmente richiesto e riconosciuto, di “alluccare”.

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