Rosso: è questo il colore che domina nello spettacolo Rosso Napoletano (in scena al teatro Augusteo fino a domenica 17 dicembre) scritto e diretto da Vincenzo Incenzo, con le coreografie di Bill Goodson, la direzione musicale di Vincenzo Campagnoli, la scenografia di Roberto Crea, i costumi di Concetta Iannelli e il disegno luci di Luigi Ascione. Lo spettacolo è prodotto da Enrico Griselli per Engage.
Ne è protagonista Serena Autieri affiancata da due colossi del teatro napoletano, ma sarebbe meglio dire italiano: Benedetto Casillo e Maria Del Monte, come sottolinea lei stessa ringraziando il pubblico alla fine della prima acclamata con gioia dagli astanti.
Carmela è una bella e giovane ragazza madre, che lavora duramente in un forno, aiutando i tanti abitanti e gli scugnizzi del vicolo a sfamarsi grazie al pane impastato con la poca farina che riesce a racimolare nei tempi duri di quella guerra ingiusta.
Rosso è il pomodoro, ‘a pummarola, che con parsimonia Carmela sparge sulla pasta bianca e avvolgente. Rosso è il colore del cielo al tramonto, il giorno in cui viene annunciata la firma dell’armistizio, salutato con allegria dal piccolo e variegato microcosmo umano che caratterizza il vicolo.
Sono tutti giubilanti tranne ‘o prufessore, che ammonisce i suoi interlocutori, con parole veementi, temendo le ritorsioni da parte dei Tedeschi. Un personaggio che sembra, per certi versi, strizzare l’occhio alla saggezza, insieme colta e popolare, del personaggio protagonista di
Così parlò Bellavista.
Le fattezze di Carmela da una parte ricordano quelle della Sofia Loren, protagonista dell’
Oro di Napoli, dall’altra quelle della prorompente bellezza di Filumena Marturano, sempre battagliera e dall’animo indomito, ma che dentro di sé cela ferite mai rimarginate e dolore.
La mamma di Carmela è sorretta dalla sua fede in bilico sul filo della superstizione, una commistione rispetto alla quale, come ben analizzò l’antropologo Ernesto De Martino, i Napoletani scelsero di “non scegliere”, miscelando, in un afflato spirituale “spurio”, cattolicesimo e una buona dose di scaramanzia,
Rosso è il fazzoletto con cui la madre di Carmela accarezza e lucida la Madonnina portata in processione dal piccolo corteo speranzoso, che chiede alla Vergine la grazia della pace e della tranquillità. Ma rosso è anche il colore del “cornicello” cui ci si affida in cerca di buona ciorta.
E rossa è la passione, l’ammore, che divampa tra Carmela e Raphael, un soldato tedesco, che Carmela decide di chiamare Raffaele, naturalizzandolo Napoletano. Un giovane uomo che non si intende molto di fucili e guerra, ma che, in compenso, ha la passione per le melodie napoletane, ereditata dal nonno originario di Sorrento.

Nel primo abbraccio tra Carmela e Raphael sembra già di intuire e quasi vedere un destino nefasto: quello toccato alle compagne dei Tedeschi, alle “collaborazioniste”, messe a morte dai loro concittadini, in quanto il loro amore era considerato “sbagliato” e loro stesse erano etichettate, a volte a torto, come delatrici. Sembra già di vedere le immagini terribili e le storie di condanna inesorabile raccontate dai nonni e dai bisnonni protagonisti della Grande Guerra.

Ma nel frattempo, sul palco si alternano momenti lieti, che “spezzano” il clima greve della tragedia che la guerra porta con sé. Momenti di aggregazione collettiva, supportati dal canto potente che sgorga dal petto del coro che fa da spettatore al dipanarsi delle vicende dei protagonisti. Ecco così riecheggiare le note di canzoni senza tempo come ‘E spingule francese o ‘A rumba de scugnizzi e, ancora, Simm’e Napule paisà. Ed ecco spirare forte quel clima di accoglienza, di condivisione, cui fa riferimento il femminello di quei vicoli quando sottolinea come l’amore, quello di una madre, ma anche quello dei “compagni” di quotidianità che sanno accogliere, sia l’arma più potente, latrice di speranza. E che permette di considerare “uomini anche i nemici”.
Ecco, però, che subentra il rosso della rivolta, quello che animò le Quattro giornate di Napoli, risposta alle dure repressioni operate dai Tedeschi, alle fucilazioni indiscriminate ed alla ferocia.
Un rosso che spazza via, senza possibilità di appello, ogni possibilità di perdono e di comprensione. I nemici, allora, altro non sono che nemici da eliminare, non più uomini e figli di una madre lontana ed in ambasce. Non vi è più posto per alcun sentimento di umana pietà quel momento gli occhi vengono offuscati da un panno rosso, quello della vendetta, cui si vuole ricorrere per lavare il sangue innocente versato. Quello di Andrea, giovane ed aitante marinaio, fucilato davanti agli occhi terrorizzati dei suoi amici, costretti ad applaudire dinanzi a quell’orrore.
Scocca, dunque, l’ora della rivolta, che si muove attraverso i vicoli e le strade della Napoli di sopra e di quella di sotto, che respira nell’ombra, la stessa che seppe proteggere i suoi abitanti all’interno dei rifugi antiaerei ospitati dal ventre della Città delle Sirene. Di quella Napoli che sa nascondere e rivelare al momento giusto. Di quella Napoli che chiama i suoi figli a raccolta e ricorda loro il loro orgoglio e la loro forza.
Ecco allora che chi ha preso, strappato ingiustamente qualcosa di prezioso dalle braccia dei figli di Partenope, “deve pagare”.
Gli invasori vengono cacciati e sulla bandiera tricolore, srotolata dai balconi, campeggia il rosso della vittoria, anche se si tratta di una vittoria amara, ottenuta a caro prezzo, come Carmela ben sa.

A commentare gli eventi, associandoli ai numeri della smorfia Napoletana e concludendo le sue chiose con una tetra risata, Peppe Lanzetta, voce fuori campo insieme comica e tragica, come la vita che brulica nei vicoli di Napoli capitale.

Tania Sabatino

 

 

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